Le migliori cozze della nostra vita
Parte 1
MARIANNA
“Overkill”, Men at Work, Gianki 14, 1997.
Fatevi sotto ragazze, sono tutto vostro…
Cruda, crudele notte di racconti mai sospirati, di scelte mai compiute, di alito pesante e gamba possente. Lucida nella notte del nulla mi appari come ti ho presa anzi, forse peggio.
Il rivolo di sperma che si insinua tra le pieghe della tua schiena la disegna come la copertina di “The serpent’s Egg” dei Dead Can Dance. Crude e avide le tue mani mi afferrano il cazzo come se non avesse già completato il suo onesto lavoro da imbianchino.
“Ancora…” sentenzi, dolce e irrequieta.
Ti fisso alzandomi prospettivamente come un dolly sulle ginocchia attento che la luce ti investa ben bene definendo la tua voluminosa figura per quella che è: una balena di una piotta almeno si direbbe al bar di sotto. Schiumosa di sesso e vibrante di carne. Bellissima e voluttuosa quando agiti quel culo da televisore LED. Sei la Venere di Milo senza un briciolo di dieta a rompergli il cazzo il lunedì, la Gioconda sotto la cornice, Apollo e Dafne uniti nella stessa persona, tutti i nani di Velasquez uno sopra all’altro. Marianna, o come cazzo ti chiami, che quando ti ho fatto quella compilation dovevo darla a Linda che poi forse era Glenda e alla fine passasti tu in radio a prenderla.
“Bello questo pezzo… è romantico…”
Il cd va da un venti minuti e siamo arrivati a “Steppin’ out” dell’amico Joe Jackson, Gianki 25, 2001
Ne ricordo il video dove una cameriera si mette i vestiti della padrona che naturalmente a te non starebbero mai, splendida otaria dal manto bianco. I tuoi capelli, nervosi e ricci come erinni si scuotono pervasi da un luccichio di riflessante di rara bruttezza.
“E’ romantico sì… Lo vuoi ancora nel culo?”
“Magari dopo. Mangiamo qualcosa?”
A questo non avevo pensato. Ho la casa piena di vinili e nulla di commestibile alle 4 del mattino. Fanno eccezione un pacchetto di crackers e una vecchia marmellata di prugne fatta da mia zia Franca che quando me l’ha data bestemmiava perché tanto se la mangiano sempre i miei amici.
“Ho una marmellata buonissima, la fanno i trappisti…”
“I Trapp…”
“Dai, quei frati che siccome non c’hanno un cazzo da fare fanno le marmellate e le vendono al doppio.”
Non ottengo risposta però quella si gira e prima di guardarla in faccia le individuo il metro quadro di aureola che ne determina il capezzolo. L’altro dev’essere della stessa fattezza ma non mi azzardo a guardarlo, temendo una copia per cui poi dovrei perdere tempo a trovare una leggerissima differenza.
“Che fai, mi guardi le tette?”
No, Marianna mia… cosa dici?? Ho appena individuato sopra la tua spalla destra una sinistra crepa sulla parete che non mi sovviene e che porterà in breve tempo al cedimento strutturale dell’edificio…certo che te le guardo cazzo! E’ la cosa più grande che abbia visto dopo “Avatar” sullo schermo al Cityplex.
E sorride Marianna. Abile tessitrice di trame hot mentre con due mani le soppesa, quelle enormi amiche, come un ortofrutticolo farebbe con due cartoni riempiti di chili di pesche per convincere il cliente e la stessa, docile, felice ingenuità di un bambino a cui hanno appena regalato il galeone pirata.
“Sono un po’ grosse…”
Grosse bambina mia? Sembrano godere di una vita propria e sorridermi di gusto e te le immagini dotate di un’autodeterminazione tale che potrebbero tranquillamente guidare la macchina, avere un conto in banca e presentarsi in fila alle poste senza che qualcuno avesse da obiettare alcunché. Me le immagino lamentarsi della lentezza degli impiegati mentre Marianna capisce il giochino e le agita ad un ritmo ossessivo da ballo salsa di gruppo sul litorale abruzzese e mi ritrovo ancora barzotto mentre scavalco il letto per liberarmi dell’immenso Leviatano e andare dritto dritto alla ricerca della marmellata di mia zia camuffata da trappista.
“Cazzo, ma come faccio?” mi chiedo, che di là siamo arrivati a “Mad World” dei Tears for fears versione Gary Jules, Gianki 41, 2005.
“Questa è dei Tears for fears?” mi chiede regina Elisatetta.
“Sì ma questa è la versione di Gary Jules, la trovi in Donnie Darko.”
“Donnie…?”
“Lascia perdere.”
Il riflesso del frigo mi fa intravedere l’orribile spettacolo che mi porto dietro da 39 anni suonati. La versione smilza di Iggy Pop. Pelle e ossa distribuite in modo non uniforme, occhiaie così spesse da sembrare eyeliner di Robert Smith, denti rovinati da fumo di pessimo taglio. Un paio di boxer strappati ad un carico di vestiti direzione Belize e addominali che si nascondono, ma molto bene, dietro a una pancetta da alcolista per nulla anonimo.
Sono io. Giancarlo detto Giancarlino, detto Gianca, detto Gian. A volte Gianpacco per chi ha avuto la fortuna di incontrare la liana che fatica a rimanere attaccata al corpo e che vorrebbe ferina libertà nella foresta a cui sembra appartenere da quando mi è spuntata tra le gambe.
“Cazzo, ma come faccio??” mi chiedo ancora una volta. E, “Lei non è una di quelle”, rispondo stancamente alle continue allusioni degli amici in radio quando ne rimorchio una…
“La solita cozza?”
“Non è una di quelle” non significa che non lo sia. E’ cozza ma non è lo stesso tipo di cozza. Vorrete confutare la teoria che di tipe belle ce ne saranno a migliaia e che con le cozze si può sfiorare l’infinito, l’assoluto? Roba da perdere la testa. Solcare ogni meravigliosa imperfezione, inerpicarsi per chiappe malandate, nuotare tra laghi di cellulite, immergersi in cosce urticanti, liquefarsi in seni conscriptor, ficcare la lingua in cavità inesplorate. Trovo tutto questo sublime. Come il termine cozza, del tutto riduttivo per definire i paradisi artificiali nei quali mi perdo.
“Che traccia è la 12?” è la sua voce plutocavernosa, quella di Big Bang Marianna.
“Devo, “The day my baby give me a surprise…” Gianki 42, 2006
“Mai sentito questo divo.”
“Si scrive Devo, come: devo mangiare.”
“E si pronuncia divo come divo della tv?”
“Esatto. Hai ancora fame?”
“Sì però poi scopiamo ancora, io non ho sonno…”
“Certo” la tranquillizzo. E che poi, dopo essermi sfogato come Grisù, ho sempre quel barlume di lucidità che mi convince a scappare, a chiudere gli occhi, a ripetermi per l’ennesima volta che non poteva annà così pure stavorta. Intendiamoci, si tratta solo di qualche minuto in cui rifletto che le patibolari ospitate nella mia piazza e mezzo potrebbero forse, con un acuto e fulmineo esame visivo, considerarsi davvero orrende. Ma è solo un attimo, perché il signor Drummond che sta lì in basso pitonesco a guardarmi semirigido mi ripete una litania repubblicana dove io sono un cazzo di razzista e lui è lì per rimettere le cose a posto. Cioè, in poche parole, sente che ne ha ancora una voglia incredibile di quei “Fiori del male” che mi porto a casa.
Apro lo scrigno segreto chiamato sportello del frigo e ci trovo lì la marmellata di prugne con la faccia della solita zia Franca che mi fa “TACCI TUA sò passati sei mesi, vuoi vedè che so marcita!”. E sfidiamola questa marmellata che tanto non c’ho niente da perdere. Mi ricordo ancora con Nadine, francese di un posto sperduto che aveva un nome composto da almeno 5 parole in cui ricorrevano la Vergine Maria e un fiumiciattolo della zona. Mentre la portavo a casa, a dieci minuti dalla fermata della metro, lei scoprì di avere fame. La portai da Oreste il kebabbaro. Uno che in realtà si chiama con un nome che se lo pronunci è come suonare un disco al contrario e che per comodità chiamano Oreste. Mi fece due kebab e alla luce azzurro neon di quel postaccio scoprii che Nadine, cazzarola, non era mica così brutta. Due tettine di gran cordialità, chiappette sode e… sì d’accordo una sgradevole faccia da pescivendola bretone ma non era sufficiente a definirla cozza. Cosa mi aveva ingannato? Per fortuna, bastò un attimo, sorridendo con strisce di kebab ancora spalmato sui denti mi resi conto di quella decisiva imperfezione che mi era poi uscita di mente: Nadine ostentava una sublime fessura tra i denti. Larga, larghissima. Un crepaccio sul baratro. Un traforo tra Francia e Italia. Quasi un dente mancante. Le avessi lanciato una moneta da due euro in bocca avrei rischiato di soffocarla. Ripresi a sorridere, tranquillizzato. E con Nadine fu una delle serate più belle della mia vita.
Ma torniamo alla marmellata, la apro con il braccio mancino, quello più forte. Niente da fare. Il viso di zia Franca si stampa tignoso sul coperchio e digrigna i denti incazzato. Insisto ancora con quel che resta della muscolatura di un saltatore del pasto e finalmente faccio brillare quel cazzo di barattolo. Esplode in pezzi fragorosi investendo il corroso muro della cucina con pezzettoni di prugne sanguinolenti. Non mi faccio spaventare da quell’ultima parentale vendetta e ficco le narici su uno di quei pezzettoni che smettono di aderire al muro per lasciarsi scivolare come bava rossastra.
“Che è successo?” chiede Elephant Woman outside.
“Niente è la marmellata. A volte esplode.”
“A volte?”
“Vuoi venire a leccare il muro? E’ divertente.”
“Vuoi dire che ora la marmellata è sul muro?”
“Ancora per poco baby, la stiamo perdendo, sai quella cosa…la forza di gravità. Ma tranquillizzati è in ottima forma. Niente muffa.”
“Arrivo…”
Marianna si materializza sullo stipite della porta come un materasso ad acqua di ridotta mobilità. Dotata di doppio mento di serie che doveva aver nascosto abilmente sotto il cuscino. Quelle care amiche delle sue tettone che la seguono in ogni sua fatica e un ventre da statuetta della Dea Madre dissepolta da scavi ittiti. Vivido, in quella luce orrenda che devasta la cucina, l’ammasso bianco e lattiginoso che ricopre Marianna splende di luce propria. Si avvicina famelica verso di me e tendendo un braccio da lanciatrice di martello bulgara fa arrivare al cospetto della mia bocca una mano impiastricciata di marmellata alle prugne che ha raccolto con un gesto che crede erotico. Mi ritrovo la bocca ingolfata dalle sue dita calibro 9 e dalla marmellata ormai mastice. E, mentre per lei dev’essere il massimo dell’erotismo, io provo la sensazione di essere in un film di mafiosi che stanno già spalmando di calcestruzzo la vittima che non intende parlare. Ne deriva un conato che lungi dall’allontanare il maglio di Goldrake di Obesame Mucho dalla mia bocca, mi scaraventa all’indietro facendomi cadere a terra. Mi fa male la schiena, la mandibola sembra bloccata come quella di un gorilla che aspetta invano che uno stronzo di bimbo gli tiri la nocciolina allo zoo e perdipiù dovrei avere le labbra spiaccicate con detriti zuccherosi che mi fanno assomigliare a un orrendo clown triste appeso nelle pizzerie più rognose.
“Non farlo mai più!” le grido.
“Era una cosa erotica…”
“E dove l’hai vista? In Nightmare!”
“Night…?”
Ok baby, io ho quasi gli anta mentre tu ti divincoli bene intorno agli enti ma sono sicuro che se ti taglio una gamba fai la figura della quercia che ci trovi tutte le ere geologiche del mondo dentro e quindi non farmi pesare il fatto che non conosci quasi nulla di quello che per me è assolutamente vitale solo perché sono un po’ più grandicello.
“Nightmare cazzo! Quello con Freddy Krueger, il tizio che ha una faccia butterata alla Cassano, una mano con gli artigli e la maglietta a strisce nere e rosse tipo Blur” grido ormai con la bocca di Valeria Marini.
“Ah mi pare di averlo sentito…”
“Sentito? Ma cazzo non è un gruppo!”
“Ah no…?” fa lei che afferra un altro residuo di prugna e stavolta se lo fa caracollare giù per l’esofago come fosse una cosa normale.
Una cosa così la puoi vedere solo in un film di Cronenberg che solo a pensarla non ti viene. Ma Marianna sembra soddisfatta e sazia.
“Allora? Torniamo di là?”
Ormai schiavo di lei, sputo l’ultimo pezzo di prugna, abbasso il capo ed eseguo gli ordini come un condannato…
